La caseificazione
Il caglio
Cagliare il latte (cioè, in sostanza, fare il
formaggio) significa separarne la componente proteica
e lipidica da quella acquosa. Diversi estratti vegetali,
quali il lattice contenuto nei fichi acerbi, oppure
il succo estratto dai fiori di cardo o di carciofo,
sono stati utilizzati in passato da molte culture contadine
come caglio a buon mercato: lo stesso latte puro, lasciato
per qualche giorno all'aria aperta a temperatura ambiente,
viene cagliato dall'acido lattico che si produce spontaneamente
al suo interno per l'azione di alcuni batteri (questo
processo viene detto "coagulazione acida" ed è
proprio dello yogurt, che secondo la legislazione italiana,
a dispetto di quanto si possa pensare, è un formaggio).
Ma il caglio più efficace e potente in natura
è costituito dai succhi gastrici degli stomaci
dei mammiferi lattanti, essenziali per la digestione
del loro nutrimento principale. Da millenni l'uomo ha
imparato a sfruttarne le proprietà. La sostanza
più utilizzata come caglio è dunque il cosiddetto
presame, una pasta, una polvere o un liquido ottenuto
dalla lavorazione degli stomaci di agnelli, vitelli
o capretti. Il caglio di capretto, più efficace
di tutti gli altri, conferisce un sapore forte al formaggio,
tanto che, laddove la lavorazione non lo richieda espressamente,
gli si preferisce quello di vitello. Soltanto in pochi
casi, come per il Mascarpone, era ed è invalsa
l'abitudine di utilizzare sostanze dal gusto più
neutro quali l'aceto bianco o l'acido citrico.

La coagulazione
L'aggiunta del caglio provoca, in un tempo variabile
a seconda della quantità di latte e di caglio
impiegati, della temperatura e di altre condizioni ancora,
il coagulo di una delle componenti proteiche del latte
(la caseina), che forma una sorta di reticolo nel quale
viene imprigionata anche una parte dei grassi: il latte
si scinde così in una massa semisolida biancastra,
la cagliata, e in un residuo liquido di colore più
scuro, il siero, ancora ricco di zuccheri e di proteine.
La cagliata viene di norma rotta con un apposito strumento
in modo da facilitarne la separazione dal siero: a seconda
della grandezza dei granuli che si vogliono ottenere
ci si servirà dello "spino", la cui forma si ispira
a quella del ramo di biancospino secco utilizzato in
tempi remoti, della "lira", così detta per l'aspetto
che ricorda l'omonimo strumento musicale, o della "spada",
che taglia la cagliata in grossi pezzi.
Cottura e pressatura della pasta
La caseificazione è di solito effettuata riscaldando
il latte a temperature comprese fra i 28 e i 36-38°:
la cagliata destinata alla produzione di formaggi a
lunga stagionatura viene tuttavia portata subito dopo
a temperature più alte (mai superiori ai 50°),
avendo poi cura di pressarla con forza per estrarne
completamente il siero. Questi formaggi sono perciò
detti anche a pasta cotta e pressata: la minor presenza
di liquidi li rende più compatti e sodi di quelli
che non hanno subito tali trattamenti. L'assenza di
cottura e pressatura (cui sono associate stagionature
relativamente brevi) determina invece paste più
morbide o perfino fondenti. Un'altra lavorazione particolare,
della quale parleremo più avanti, è la filatura
della pasta. Scaldando la pasta del formaggio a temperature
prossime ai 100° si ottengono infine i formaggi fusi.
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La messa in forma
La cagliata si presenta come una massa informe che viene
modellata ponendola in una sorta di stampi di legno,
di metallo a di altri materiali, detti "fascere", anche
se ad alcuni formaggi, come quelli a pasta filata, la
forma viene data direttamente dalle mani del casaro.
Nel centro-sud al posto delle fascere si utilizzano
anche canestri di giunco intrecciato. La fascera reca
spesso lungo la sua superficie delle scritte o dei simboli
impressi in negativo che marchiano la forma all'origine.
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La salatura
Il
sale viene aggiunto al formaggio soltanto alla fine
della sua lavorazione, quando la forma fresca ne viene
cosparsa a mano o viene immersa in salamoia, operazioni
che possono essere ripetute più volte. Il primo
tipo di salatura (detta anche a secco) è un metodo
di lavorazione più artigianale, col quale si ottiene
una crosta più morbida e un sapore più uniforme,
dato che la pasta assorbe il sale poco per volta e nella
quantità voluta. Processi successivi, che determinano
una particolare evoluzione del formaggio, possono essere
l'affumicatura oppure la stufatura, cioè la permanenza
per qualche giorno in un locale riscaldato.
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