Molta tradizione, poca storia
Giobbe
e Polifemo
Il formaggio, singolare risultato di un'alchimia batterica
che trasforma un liquido deperibile in una massa solida
conservabile a lungo nel tempo, è stato considerato
fino a un'epoca recente un alimento poco nobile, tanto
da lasciare un numero limitato di tracce nella storia
e nelle letterature occidentali, soprattutto in confronto
ad altri alimenti quali il pane, il vino o la carne.
I suoi antenati nacquero per caso, e furono oggetto
all'inizio di curiosità e di diffidenza: il primo
formaggio conosciuto dall'uomo, in epoca preistorica,
fu probabilmente costituito dal contenuto dello stomaco
di un animale lattante. In Sardegna ancor oggi una preparazione
analoga, il Callu de Crabettu (si tratta di stomaci
di capretti essiccati insieme al latte coagulato che
si trova al loro interno), viene considerata una prelibatezza
dai rari pastori che la producono per il proprio consumo.
Quando le civiltà del Medio Oriente svilupparono
la scrittura, i latticini erano comunque già una
realtà consolidata. Un passo della Bibbia paragona
addirittura la loro lavorazione alla crescita del feto
nel grembo materno: "mi hai fatto colare come
latte e mi hai cagliato come formaggio" dice
a Dio Giobbe, a proposito del proprio concepimento e
della propria nascita. Parole che poteva pronunciare
soltanto chi era stato colpito dal fenomeno della coagulazione
del latte, di fronte al quale pare davvero di assistere
alla formazione di qualcosa di nuovo rispetto alla materia
prima di provenienza.
Più a Occidente l'arte casearia raggiunse maggiore
perfezione, sfiorando perfino il mondo dei poemi epici.
Nell'Odissea l'antro di Polifemo è il primo caseificio
di cui sia nota la descrizione: "i graticci erano
gravati dai formaggi nei recinti si affollavano agnelli
e capretti..." I recipienti ben fatti, secchi e
tinozze, nei quali mungeva, erano tutti pieni di siero"...
Il malvagio ciclope è un pastore-casaro abile
nel proprio mestiere, ma per contro violento e poco
civile. Forse in questo celebre episodio omerico aleggia
già l'eco di una velata polemica contro il formaggio:
un cibo da barbari, da creature incapaci vivere in una
società evoluta, quale è appunto il selvaggio
Polifemo. Una nomea che i derivati del latte faticheranno
a togliersi dosso.
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Il
caseus nell'antica Roma
La lavorazione del formaggio era ben nota ai Romani,
che diffusero conoscenze e tecniche in materia in buona
parte del loro impero, come prova la diffusione del
termine caseus ("formaggio" in latino)
in quasi tutte le lingue europee: dall'inglese cheese
al tedesco kase al'olandese kaas, dallo
spagnolo queso al portoghese queijo. Solo
in Francia ed in Italia settentrionale (in italiano
il termine "formaggio" convive con "cacio",
da caseus, diffuso nel centro-sud) sono prevalsi
i derivati dal latino tardo formaticum, vocabolo
nato probabilmente dall'usanza radicata in queste aree
di utilizzare grosse forme (le fascere) per preparare
il formaggio. I Romani producevano latticini sia di
vacca (pochi, perchè i bovini erano utilizzati
soprattutto per il lavoro nei campi), sia di pecora
e capra, che consumavano freschi oppure stagionati.
Varrone (I secolo a. C.) menziona fra l'altro una cagliata
che veniva fatta bollire e poi affumicare: potrebbe
essere il progenitore dei formaggi a pasta filata. Columella
(I secolo d.C.) descrive dettagliatamente la lavorazione
e la stagionatura di un formaggio di pecora. Anche Plinio
il Vecchio (I secolo d-C.) riporta un breve elenco dei
prodotti caseari più celebri ai suoi tempi sul
mercato di Roma: fra quelli italiani (ma c'erano anche
formaggi della Gallia meridionale, della Dalmazia e
della Bitinia) menziona il Vatusio, proveniente dalle
Alpi Graie, il Cebano, di latte ovino, dalla Liguria,
ossia dal Piemonte sud-occidentale, il Sassinate dall'Umbria,
i grossi esemplari di formaggio della Lunigiana. Più
locali cioè originari del Lazio, erano il Vestino
e certi caprini affumicati. Si tratta per noi di puri
nomi, ai quali sarebbe inutile voler cercare corrispettivi
moderni. Roma dunque non disprezzava i formaggi, e ne
importava anche da lontano. Ma non si può nemmeno
dire che ne impazzisse. Li considerava anzi un cibo
povero, più da rustici che da buongustai: fra
le classi alte chi li amava veniva guardato con sospetto.
Scrive Svetonio che l'imperatore Augusto quanto ai cibi
aveva abitudini da popolano (fere vulgaris). Mangiava
pochissimo e prediligeva derrate d'infima categoria:
"pane di mistura, pesciolini minuscoli, formaggio di
vacca pressato a mano e fichi fioroni". Non per nulla
le descrizioni di lauti banchetti, come la celeberrima
cena di Trimalcione, non annoverano fra le loro portate
nessun tipo di formaggio.
L'età di mezzo: persistenza
pregiudizi
Con le invasioni barbariche anche le abitudinialimentari
e pastorizie delle popolazioni italiane subirono forti
cambiamenti, dovuti ad una serie di fattori. I popoli
nomadi germanici, grandi allevatori di bovini che utilizzavano
come bestiame da carne e da latte, finirono per influenzare
i Romani, per i quali la vacca era sempre stata più
che altro un animale da lavoro, mentre non solo la diminuzione
della quantità disponibile di cibo, ma anche certe
scelte di vita religiosa e di astinenza spinsero a considerare
in modo diverso alimenti fino ad allora sottovalutati.
A causa del divieto di consumare carne contenuto nelle
loro regole, diversi monasteri benedettini diedero infatti
impulso e sostegno nelle loro vaste proprietà
terriere alle tecniche di sfruttamento pascoli (anche
montani) e di caseificazione, garantendosi così
una fonte alternativa di proteine. Per questo motivo
leggende non prive di fondamento legano ai monaci o
ad un'abbazia la nascita di svariati formaggi italiani
ed europei. Sui latticini continuavano però a
pesare anche pregiudizi di tipo culturale, della cui
persistenza testimonia, prendendo le difese del formaggio,
una celebre raccolta medioevale di precetti sanitari
in versi, il Flos medicinae salerni, scritto
tra la fine dell'XI e l'inizio delXII secolo nell'ambiente
della Scuola Medica di Salerno. "Solo i medici ignoranti
affermano io nuoccia alla salute" vi afferma in prima
persona il formaggio nel breve paragrafo ad esso dedicato.
Le sue benefiche proprietà, secondo i fisiologi
salernitani, che pure sconsigliavano d'inserirlo nella
dieta dei malati, erano al contrario apprezzabili: innanzi
tutto quella di risvegliare l'appetito, poi di essereastringente
se mangiato prima dei pasti e, in caso contrario, lassativo.
Soltanto col trecento ha ad ogni modo inizio, da parte
di autori di ricettari, novellisti e poeti, la tendenza
a considerare il formaggio una ghiottoneria, o almeno
un ingrediente di ghiottonerie (esemplare "montagna"
di Parmigiano grattugiato del paese di Bengodi ritratta
in una novella di Boccaccio). Doveva tuttavia passare
ancora un secolo prima che un dotto di professione dedicasse
un intero libro all'argomento.
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Un
solitario: Pantaleone da Confienza
In pieno Rinascimento, per la precisione nel 1477,
un medico piemontese, Pantaleone da Confienza, diede
alle stampe il primo trattatello organico europeo
sul latte e sui formaggi, la Summa lacticiniorum.
La parte più viva e interessante dell'opera
è costituita dalla rapida descrizione di alcuni
dei formaggi italiani allora più noti, nei quali
talvolta si ravvisano gli antenati di prodotti a noi
familiari, come il Grana, ben riconoscibile nel caseus
Placentinus. Più arduo è trovare un
esatto corrispondente, per esempio, al caseus de
la Mora o al caseus Vallis Augustae, benchè
il primo sembri avere evidenti punti di contatto con
le moderne Robiole e il secondo con le Tome. Nell'esordio
del suo libro Pantaleone fa però capire che
il prestigio di cui godeva l'oggetto delle sue fatiche
era nonostante tutto ancora basso: "tratto un argomento
rozzo" (vulgaris) - si giustifica infatti - ma lo
affronto perchè mi sembra che i concetti siano
comunque utili. La Summa lacticiniorum, col
suo tentativo embrionale, mai più tentato da
nessuno dopo Plinio il Vecchio, di descrivere e catalogare
i formaggi di un'area vasta (Piemonte, Valle d'Aosta,
Emilia Romagna, Toscana, pił un "excursus" su Francia,
Inghilterra, Germania, Fiandre), non fece scuola,
e nei secoli successivi in ambito italiano le dissertazioni
sul formaggio non limitate a un ambito locale furono
rare e sporadiche, e talvolta ancora succubi dei vecchi
pregiudizi duri a morire. Domenico Romoli detto il
Panunto, celebrato trattatista fiorentino di arte
culinaria, così si esprime circa il formaggio
nella sua opera principale, "La singolar dottrina",
pubblicata nel 1560: "quanto più el cascio si
approssima all'esser fresco, tanto meno è cattivo,
e quanto più va verso el vecchio, più
è cattivo, di difficile digestione e fa doler
il capo". Idee ampiamente contraddette dalle conoscenze
moderne (il formaggio stagionato è anzi più
digeribile di quello fresco, avendo subito una fermentazione
più lunga), forse originate in parte da metodi
di conservazione imperfetti e dai prodotti scadenti
che ne derivavano. Eppure nei banchetti dell'epoca
i latticini non mancavano: il Romoli stesso derivava
il soprannome di Panunto da una sua ricetta a base
di pane e Provatura fresca (la nostra Mozzarella).
Senza dilungarci troppo, il formaggio ebbe in questi
secoli estimatori cauti, che all'occasione potevano
trasformarsi in detrattori. Perfino Pellegrino Artusi,
che alla fine dell'Ottocento con "La scienza in cucina
e l'arte di mangiar bene" cercò di dare unità
culinaria all'Italia da poco riunita politicamente,
quasi ignora i formaggi, o meglio sembra conoscere
solo il Parmigiano grattugiato e la Ricotta: semmai
concede un accenno a prodotti stranieri, come il Gruiera,
ovvero l'Emmental. Dopo il 1861 notizie raccolte sul
campo circa i formaggi italiani vengono piuttosto
dai memoriali redatti durante le inchieste parlamentari
volte a conoscere meglio le condizioni di vita dei
ceti contadini: e ancora molto a lungo addentro il
Novecento il formaggio sarà un terreno di indagine
pił per lo studioso di problematiche agricole che
non per l'esperto di gastronomia e di cucina. Per
quello che è solo apparentemente un paradosso
è toccato a uomini nati e cresciuti nell'ambito
della civiltà industriale accingersi negli ultimi
anni alla riscoperta, alla comprensione e alla valorizzazione
di produzioni a rischio di scomparsa o di snaturamento.
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Problemi
di denominazione
A dispetto della plurisecolarità delle tecniche
di produzione, spesso dimostrabile per via documentale,
i nomi con cui i formaggi vengono attualmente denominati
sono quasi tutti di origine recente, riferibile
al XX o al massimo al XIX secolo. Si trattava infatti
di prodotti circolanti in aree molto ristrette,
dove termini generici quali formaggio nostrano,
grasso, di montagna, pecorino e simili erano una
definizione sufficiente. Anche denominazioni oggi
riferite in pratica a un solo prodotto un tempo
designavano categorie ampie di latticini: per esempio
il nome Stracchino in Lombardia era attribuito indistintamente
a tutti i formaggi come il Taleggio, il Quartirolo
e il Gorgonzola ricavati dal latte delle vacche
che in autunno scendevano dai pascoli montani, e
che erano perciò dette stracc, stanche.
Solo in caso di abbondante produzione, e quindi
di larga diffusione commerciale, il formaggio assumeva
una denominazione meno generica: è il caso
per esempio del Grana, noto anche sotto questo nome
fin dal tardo Medioevo, oppure del Parmigiano e
della Fontina. Con un processo inverso negli ultimi
decenni alcune denominazioni tipiche non sufficientemente
protette sono divenute generiche, estendendosi a
formaggi similari ma prodotti con tecniche e in
luoghi diversi da quelli tradizionali. Di qui l'importanza
di una tutela giuridica dei nomi, della tipicità
e della genuinità in campo agroalimentare.
Il processo di (ri)denominazione è comunque
tuttora in atto, a dimostrazione del fatto che la
storia dei formaggi italiani più che un capitolo
chiuso è un libro ancora in parte da scrivere.





