I lieviti nell'alimentazione
Questi prodotti sono usati da lunghissimo tempo nell'alimentazione della bovina da latte, basti pensare che le prime ricerche fatte risalgono addirittura al 1925: da allora numerosi studi hanno confermato l'effetto benefico dell'impiego di lieviti in razione. In questo articolo, per brevità, verrà usata la dizione “lieviti”, anche se è bene chiarire subito che nell'industria mangimistica si fa riferimento piuttosto a “colture di lieviti”, cioè a cellule vive (tra cui principalmente il Saccharomyces cerevisiae) essiccate con il relativo substrato di crescita, operazione che ne garantisce la ripresa dell'attività metabolica allorché sussistano le condizioni idonee per il loro sviluppo. Tale caratteristica è fondamentale perché venga esercitata l'azione di modulazione e stimolo sul metabolismo ruminale; ne consegue che la quantità di cellule vitali contenute nella coltura è indice della qualità dell'integratore stesso.
Riguardo al tipo di lieviti impiegati, il maggior utilizzo riguarda alcuni ceppi di Saccharomyces cerevisiae, tra cui principalmente i ceppi S.C. 1026 ed I-1077, dei quali viene riconosciuta l'efficacia in dosi limitate (10-20 grammi /capo/giorno).
I meccanismi principali su cui si basa l'azione benefica di questi organismi possono essere così riassunti:
• influenza sul numero e la composizione della flora batterica ruminale
• stimolazione della digestione della fibra in ambito ruminale
• influenza sul metabolismo ruminale dell'acido lattico
• variazione del metabolismo azotato a livello ruminale
Alcuni studi hanno rilevato che i lieviti sono in grado di aumentare il numero dei batteri cellulosolitici presenti nel rumine dal 12.9% al 18% (sulla popolazione batterica totale), con notevoli vantaggi quindi nell'utilizzo della fibra proveniente dalla razione, in particolare di una parte della frazione NDF (cellulosa ed emicellulose). Tale effetto è probabilmente frutto della produzione - da parte dei lieviti – di particolari sostanze (vitamine del gruppo B, enzimi ed isoacidi), capaci d'innescare la fase di crescita esponenziale dei microrganismi ruminali, riducendone al contempo la lag-phase (cioè lo stadio di adattamento al substrato); inoltre, i lieviti sono in grado di catturare l'ossigeno intrappolato nelle particelle alimentari e quindi presente in ambito ruminale, creando così un ambiente favorevole ai batteri ruminali, che sono strettamente anaerobi.
Grazie alle azioni sopra esposte, la digeribilità della fibra nel rumine risulta maggiore, consentendo quindi di sfruttare al meglio il contenuto energetico di foraggi, ed elevandone perciò il valore nutritivo. Tale caratteristica è particolarmente importante qualora nella razione siano impiegati foraggi di qualità scadente; in questo caso, infatti, il miglioramento della digeribilità di foraggi ad alto contenuto di lignina è pari 24%, contro quello più modesto (4.3%) dei foraggi di qualità più elevata.

(Guedes et al. 2007)
Le alte produzioni che vengono richieste alle bovine da latte vengono ottenute anche con l'aggiunta in razione di notevoli quantità di cereali; questo però provoca spesso un pericoloso accumulo di acido lattico nel rumine, con probabile sviluppo di alterazioni dismetaboliche, quali l'acidosi. Molti studi dimostrano che l'aggiunta di lieviti permette di ridurre notevolmente la concentrazione di lattato, con conseguente innalzamento del pH in ambito ruminale. Il meccanismo di azione dei lieviti in questo caso consiste nel promuovere una miglior utilizzazione dell'acido lattico da parte dei propioni-batteri, stabilizzando l'ambiente ruminale; tali condizioni di fermentazione più stabili favoriscono un aumento selettivo dei batteri cellulosolitici.
La concentrazione di ammoniaca nel rumine viene notevolmente abbassata dai lieviti, contemporaneamente viene anche migliorata la conversione dell'azoto ammoniacale in proteina microbica. Poiché questo tipo di proteina viene impiegata per modulare la sintesi proteica nelle forti lattifere, l'aggiunta di lieviti in razioni scarse in Proteina Grezza (P.G.) può utilmente far aumentare il tenore proteico del latte; questo effetto benefico si associa al naturale incremento produttivo, dovuto al miglior utilizzo della fibra ed al conseguente aumento nell'assunzione di Sostanza Secca.
Quanto su esposto potrebbe indurre l'allevatore ad usare i lieviti in modo massiccio, tuttavia le numerose ricerche effettuate dimostrano che l'aggiunta in razione va fatta seguendo indicazioni ben precise, tra cui:
• momento produttivo: l'integrazione con lieviti è utile solo nel periodo immediatamente precedente al parto, in fase di transizione, e nelle bovine “fresche”; idealmente il periodo ottimale va dalle due settimane antecedenti al parto alle 4 successive allo stesso, momento in cui i lieviti consentono di minimizzare gli effetti del fisiologico bilancio energetico negativo.
• stati di stress, convalescenza o malattia delle bovine: tornando al bilancio energetico negativo tipico del postparto, è facile capire come questo periodo comporti notevole stress per gli animali, cosa che – per esempio - si verifica anche nei periodi di caldo, durante i quali l'integrazione alla razione può essere utile a minimizzare gli effetti negativi del clima.
• tipo di razione impiegata: le razioni in cui siano presenti foraggi scadenti o quantità notevoli di carboidrati facilmente fermentescibili (elevate quantità di cereali) sono quelle che maggiormente beneficiano dell'aggiunta di lieviti.

Cellule di Saccharomyces cerevisiae al microscopio elettronico
Gli studi in merito sono purtroppo pochi; a rigor di logica, escludendo il già citato aumento del tenore proteico del latte, il miglioramento di altre caratteristiche qualitative è indiretto: tanto per fare un esempio, i parametri di coagulazione del latte sono influenzati negativamente da qualsiasi stato di stress della bovina, stato che -come esposto più sopra – può essere utilmente corretto con l'integrazione di lieviti.