I Walser, popolo di allevatori

Noti anche come “popolo delle Alpi“, questi abili montanari d’origini Alemanne, provenienti dala regione attualmente identificata come Vallese, colonizzarono pacificamente molti territori Alpini. Il loro movimento migratoro verso l’italia si verificò a partire dai secoli XII – XIII, con la creazione d’insediamenti in Piemonte e Valle d’Aosta, prendendo in affitto terreni pascolativi scarsamente utilizzati, perlopiù di proprietà di conventi e diocesi.

Case WalserLe comunità conventuali furono grandi promotrici delle metodiche di allevamento e coltivazione in alta quota ed i monaci furono sempre molto attivi in questo campo: un esempio delle loro indubbie capacità di conoscenza del bestiame è rappresentato dalla Bruna Alpina, una razza bovina originariamente selezionata dai Benedettini dell’Abbazia di Einsiedeln, situata nell’odierno cantone svizzero di Schwytz. Questa razza si diffuse rapidamente su tutto l’arco alpino grazie alle notevoli caratteristiche di rusticità ed adattamento alle più disparate e proibitive condizioni climatiche. Sebbene la quantità di latte prodotta in condizioni di pascolo non sia molto elevata, la percentuale in grasso e proteina del latte stesso è veramente rilevante, un fattore questo che sicuramente contribuì alla vasta diffusione della razza ed alla possibilità di disporre di una materia prima estremamente adatta alla caseificazione ed alla produzione di burro.

L’unità primaria dell’economia dell’Alpe (Alpwirtschaft) era rappresentata dallo “Hof“, cioè dalla fattoria con tutte le sue pertinenze di terreni e pascoli, e comportava un estensione “verticale” della proprietà: nell’area climaticamente più confortevole era situata la casa con i vari annessi agricoli ed il torrente, salendo s’incontravano i campi destinati alla produzione di foraggio, e successivamente i pascoli ad uso primaverile-autunnale; oltre a questi il bosco per l’approvigionamento di legname ed infine, in quota, l’alpeggio vero e proprio. Ovviamente il carico umano sostenibile era definito dal bilanciamento tra le possibilità di allevamento del bestiame e quelle della coltivazione destinata all’autoapprovigionamento; in particolare l’allevamento era strettamente connesso all’equilibrio tra la produzione quantitativa di foraggio destinato all’alimentazione invernale e la possibilità di sfruttamento dell’estensione pascolativa estiva. La poprietà dei pascoli più alti era generalmente comune all’intero villaggio ed i diritti di sfruttamento erano direttamente proporzionali alla quantità di fieno prodotto da ciascun colono.

Il numero di capi di bestiame posseduto è da sempre sinonimo di ricchezza – capitale – tuttavia nel caso dei Walser il possesso di animali d’allevamento era un vero e proprio bene primario, necessario all’esistenza quanto la coltivazione di alcuni cereali – segale ed orzo – e dei campi di foraggio da affienare per l’inverno: si può anzi affermare che questo rapporto tra allevamento e coltivazioni fosse indispensabile per la resa economica dei coloni e, di conseguenza, per le condizioni di autosufficienza di ogni comunità.
Gli animali venivano condotti all’alpeggio estivo verso la fine di maggio e vi si trattenevano fino a settembre/ottobre, assieme ai pastori incaricati di sorvegliarli e di preparare il formaggio; la monticazione seguiva regole ben precise: per evitare di sfruttare troppo i pascoli con un carico eccessivo di bestiame veniva definito un erbatico (waida), corrispondente alla quantità pascolabile da una vacca oppure da due manze o da quattro vitellini. Per definire la quantità di formaggio da distribuire ad ogni colono al rientro autunnale, per ogni conferente venivano effettuate due pesate del latte (ad inizio e fine stagione): sommati questi valori, si passava alla pesatura della totalità del latte e del formaggio prodotti: dividendo il secondo valore per il primo, si aveva la resa totale dell’estate passata all’alpe, che veniva poi moltiplicata per il quantitativo di latte globale prodotto dal bestiame di ogni singolo allevatore. Da notare inoltre che, indipendentemente dal peso, la quantità di formaggio che ciascuno riceveva era qualitativamente ripartita in modo omogeneo tra forme “stagionate” per il consumo più immediato e tome più fresche, destinate ad essere consumate più avanti nell’anno. Tornati nelle stalle dall’alpeggio, le bovine venivano alimentate col fieno derivante dal foraggio sfalciato, integrato talora con crusca e sale. I parti avvenivano tra dicembre e febbraio, mentre le vitelline venivano allevate come rimonta, svezzandole a circa tre mesi, i maschi venivano ingrassati fino ad un peso di 150-200 chili per l’autoconsumo o per la vendita.

Popolo WalserIl ritmo della vita quotidiana era necessariamente scandito dalle varie scadenze concernenti l’allevamento e l’agricoltura; in primavera si provvedeva alla manutenzione dei prati ed alla semina della segale, dell’orzo e delle patate, nonchè alla riparazione dei sentieri eventualmente danneggiati dalle valanghe e dal gelo. Anche la tosatura delle pecore avveniva in questa stagione, mentre in estate i bovini venivano condotti all’alpeggio, fermandosi dapprima sui pascoli più bassi (in genere quelli di pertinenza di ogni famiglia) e poi salendo via via verso quelli situati a quote superiori.
La vita in alpeggio non concedeva pause, se non quelle destinate ad alimentarsi in modo frugale: oltre alle necessarie cure degli animali ed alla concimazione dei pascoli, al fine di evitarne l’impoverimento della cotica erbosa, occorreva preparare il formaggio e approntare la legna per l’inverno. Gli uomini rimasti al villaggio erano di solito anziani o coloro che, svolgendo un’attività artigianale, affidavano i propri capi di bestiame ai pastori che si recavano in Alpe. Le donne erano impegnate soprattutto nella fienagione dei prati circostanti al villaggio, dove di norma si sfalciava a giugno ed agosto, mentre la venuta dell’autunno segnava il ritorno degli animali dall’alpeggio, con graduali tappe sui prati di mezza montagna.

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